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Collettivo Jacopo Dentici

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   L’ultimo colpo alla memoria: Via Tasso
    a rischio per 50mila euro

22 Luglio 2010

Luciana Cimino


C’è una piccola strada il cui solo nome, nella Capitale occupata dai nazisti, a pronunciarlo alle
donne di Roma (madri, mogli, sorelle, che aspettavano con il cambio in mano sotto le finestre
murate pregando che fosse loro restituito) metteva i brividi. Perché al numero 145 di via Tasso
si trovava il carcere delle SS di Herbert Kappler. Oggi in quella via che porta dritta alla Basilica
di San Giovanni
, si respira di nuovo un’aria oscurantista, perché il Museo della Liberazione che è
sorto all’interno di quelle stesse mura dagli anni 50 è a rischio chiusura, con tutto il suo
patrimonio di memoria.

Hanno attraversato quel portone 2500 persone in 9 mesi, tra il ’43 e il ‘44. I cosiddetti prigionieri
politici
: comunisti, sindacalisti, badogliani. Interrogati violentemente fino alla tortura e rimandati
nelle strette celle sanguinanti e piegati dal dolori affinché i compagni di sventura potessero
vederli e fossero loro di monito. Tra quelle mura sono stati detenuti l’ex-presidente della Corte
Costituzionale
Giuliano Vassalli, il sindacalista Bruno Buozzi, l’italianista Carlo Salinari, il
sacerdote don Pietro Pappagallo (che ispirò a Roberto Rossellini il personaggio interpretato da
Aldo Fabrizi nel film “Roma Città Aperta”), il colonnello Giuseppe Montezemolo e tanti altri
sconosciuti partigiani e cittadini, tra cui oltre 300 donne, che hanno lasciato sulle pareti delle
celle i segni graffiati della loro resistenza: avvertimenti, firme, messaggi di incoraggiamento
per i compagni, notizie ai famigliari.

Dal 1955 i locali di via Tasso sono diventati il “Museo Storico della Liberazione”, visitato ogni
giorno da decine di scolaresche. Alle pareti documenti e profili dei caduti per la libertà. Ora però
tutto questo corposo patrimonio di memoria, che ricorda che Roma è una città antifascista,
capitale di uno stato la cui Costituzione si fonda sui valori scaturiti dalla Resistenza, ebbene
tutto questo rischia di chiudere. «Il Museo compariva fin nei primi comunicati ufficiali
ministeriali sui tagli finanziari
– dice Antonio Parisella, presidenteanche se ancora non c’è
arrivata nessuna comunicazione al riguardo»
. La situazione è grave e Parisella la sintetizza
così: «Se il governo ci taglia i fondi, c’è il rischio che dopo la chiusura estiva non
riapriamo, se non ce li taglia, riusciremo ad andare avanti fino a febbraio o marzo»
.

Il museo si regge su un finanziamento statale del valore nominale di 100 milioni di lire del 2000,
e cioè 50 mila euro, che, in base ad una legge del ‘57 dovrebbero garantire il funzionamento
dell’istituto, che, è bene ricordarlo, si basa sul lavoro volontario. E nel frattempo il potere
d’acquisto si è dimezzato e le spese sono cresciute perché sono stati acquisiti altri
due appartamenti dello stabile e perché i visitatori sono aumentati nell’ultimo decennio da
7/8 mila a 12/13 mila unità. Inutile in questo contesto aspettarsi installazioni multimediali
o finanche revisione dell’impianto elettrico. «Abbiamo un impianto audio-video obsoleto,
i muri andrebbero ritinteggiati, non possiamo aumentare le ore di apertura d’inverno per
non far lievitare i costi di energia elettrica, i volantini li autoproduciamo con le fotocopie,
abbiamo esigenza di produrre materiali informativi in lingua straniera: siamo sulle guide
ma poi i turisti vengono qui e hanno pochi strumenti per la visita».

Tutto è fermo all’allestimento
del ‘55, basato sul modello
“sacrario militare”. «Vorremmo
togliere i quadretti e mettere i
pc
– continua Parisella – senza
togliere nulla al valore etico e
civile del posto, ma ci vuole una
scelta politica di investire sul
Museo, non solo centrale ma
anche delle amministrazioni
locali per adeguarlo agli
standard degli analoghi delle
capitali europee»
. Già, gli enti locali. Il presidente del museo ha scritto a maggio una lettera
indirizzata al sindaco Gianni Alemanno, al presidente della Provincia di Roma, Zingaretti e a
Renata Polverini, presidente della Regione Lazio e ad Andrea Mondello, presidente della Camera di
commercio
. Chiedeva loro di accordarsi per integrare il contributo statale per garantire la
gestione ordinaria dei servizi e di chiedere alle società partecipate di quegli enti che invece
contribuissero per le spese straordinarie (come le audio guide, adesso a far da guida alle
scolaresche ci pensano insegnanti in pensione). Finora nessuna risposta ufficiale, solo qualche
disponibilità espressa oralmente.

«La Cgil il 25 aprile ci ha inviato 500 euro e anche associazioni, gruppi, circoli Anpi ogni
tanto ci fanno giungere contributi significativi, anche se modesti. Ma per andare avanti
abbiamo bisogno di un flusso abbastanza continuo anche dei contributi di cittadini
e società civile: lo sviluppo sarà in mano loro»
. Per questo hanno lanciato un appello su
Facebook: «La solidarietà è tantissima, ma i versamenti finora sono pochi, anche se per
creare
– dice ancora Parisella – un atteggiamento di disponibilità a partecipare al
finanziamento del Museo serve un po’ di tempo»
. Museo che, tra l’altro, è stato vittima di un
attentato dinamitardo di stampo antisemita nel ’99 ed è spesso oggetto di scritte naziste, le
ultime il 27 gennaio 2010, «vederlo chiuso farebbe piacere a molti».



Articolo pubblicato sul quotidiano "L’Unità" in data 20 Luglio 2010

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