
|
Se Sarkozy, con la cacciata dei rom in funzione del suo disastro politico, è vile, il ministro italiano Roberto Maroni, gettando la questione dell’espulsioni
degli zingari e dei respingimenti degli immigrati sulla bilancia del disastro della maggioranza di governo, appare meschino. Sotto i fumi di un potere di ricatto, verso la politica
e l’unità del paese, che lo caratterizza da sempre come leghista. Intervistato dal Corriere della Sera, il ministro plaude all’esempio francese e rilancia: «È giusto espellere i rom, saremo più duri di Sarkozy». Come? Con la possibilità «di espellere direttamente anche i cittadini comunitari nello stesso modo dei clandestini». Sarà cacciato, d’ora in poi secondo il maronipensiero, «chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro stato: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del paese ospitante». Va da sé che i rom, pur essendo per buona metà cittadini comunitari, «non rispettano nessuno di questi requisiti». Si sente puzza di razzismo e xenofobia, moneta corrente del governo di centrodestra - ma ahimé non solo quello. Maroni affronta il diverso, il disperato in fuga da condizioni di miseria, di guerra, di oppressione politica cancellandolo dall’Italia. Per il ministro il diritto si declina solo attraverso l’appartenenza di sangue, contro la nostra Costituzione, altro fastidioso ingombro da cancellare. Al punto che l’uomo di governo, rammaricato, ammette che molti rom hanno la cittadinanza italiana e, purtroppo contro di loro «non si può fare nulla». Questa che in epoche normali sarebbe una bestemmia giuridica e di senso, nella globalizzazione della povertà generalizzata e dei senza lavoro, degli abusivi per decreto, diventa pratica di governo. |
Ma la «forza» del piccolo Scelba europeo sta in due considerazioni preoccupanti. La prima è che l’Italia
e per essa i governi e molte amministrazioni di centrosinistra (Roma e non solo) sono state all’avanguardia dell’iniziativa di Sarkozy. La seconda è che in Europa così ormai fan tutti, mentre dall’est viene solo una altrettanto meschina preoccupazione di ordine pubblico, nel timore dell’esplosione di ventate xenofobe. Il fatto è che sui rom sparano tutti. Unica voce contraria agli annunci razzisti di Maroni è quella della Chiesa. Non potendo accettare la persecuzione di intere comunità pena perdere la sua fisionomia, chiede, giustamente quanto inutilmente, che l’Europa in costruzione difenda il suo principio fondativo: «il diritto di insediamento e movimento», dichiara mons. Giancarlo Perego della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale, aggiungendo che l’Italia deve trovare il mondo di «riconoscere la cittadinanza anche alle minoranze come i rom». Esattamente il contrario dell’auspicio del "cattivista" ministro dell’interno. Perché ogni espulsione ha generato nuovi «campi abusivi» e nuove disperazioni cancellando le occasioni, soprattutto per i bambini e i più deboli, faticosamente acquisite. È la spia del fallimento dell’Unione europea. Dodici milioni di persone, tanti sono i rom, sinti e zingari (un popolo che ha subìto un Olocausto (il Porrajimos) eguale a quello degli ebrei), oggi dispersi nelle pieghe delle conflittuali statualità occidentali. E dove dovrebbero riparare, loro che aspirano da sempre ad una stanzialità? Quanti nuovi muri in Slovacchia e in Boemia Moravia sono cresciuti contro di loro? Chi racconta la solitudine amara dei campi profughi dei rom, i conflitti interetnici e le guerre «umanitarie» della Nato nell’ex Jugoslavia? I paria non hanno diritto nemmeno ad un lamento. |